Resisti!

Lo diciamo a tutti di farsi forza nei momenti difficili ma non ce lo ricordiamo mai abbastanza se dobbiamo rivolgere il motto conso­latorio — specie di litania scaricabarile — a noi stessi: la vita continua. Sembra facile, ma il tunnel in cui ci si è cacciati è più lungo dell’acceleratore di particelle. E come quest’ultimo, senza uscita. Il tunnel è un pozzo orizzontale; talvolta non se ne scorge il fondo cioè la luce. E una corda non basta a salvarti. Il pessimismo non è una posa, bensì la ragione che afferma il proprio incontrovertibile primato. La ragione non accetta sconti di pena o indulgenze plenarie, né si compiace della propria ruvida integrità. Questo percorso o processo serve solo a comprendere il passato, a leggerne e capirne le sfumature per anticipare la feno­menologia del presente e anticipare gli eventi futuri. La preveggenza è solo esercizio continuo, pervicace ascesi, costante analisi; e tuttavia questo concetto si presta a protei­formi in­ter­pretazioni, incanalandone l’intelligenza in vicoli ciechi, producendo dunque esiti incontrollati, metastatici, partenogenetici, neoplastici. La magia della parola che crea il discorso, ne segue i legami logici e dà forma di concetto al pensiero medesimo. Oppure è questa magia da sola a bastare alla parola? Perché sono qui, ora? Dove voglio arrivare, da dove vengo e, infine, chi sono io? Ed eventualmente quanti sono? Questi interrogativi sono alla base della coscienza dell’uomo, sublimati nel gesto artistico, dalla commedia antica al teatro dell’as­surdo. Nemmeno io so che genere di maschera stia indossando di volta in volta: la calza da donna dei gialli a fumetti o la pellicola trasparente alimentare. E se è davvero trasparente a cosa diavolo serve, se non a renderti la pelle del viso liscia come un guanto, a stenderti le rughe che tradiscono un’età che non senti di aver ancora raggiunto, dentro.

Carla ?

Carla aveva venticinque anni, un divorzio alle spalle, un lavoro precario, nonostante la laurea conseguita con determinazione e fatica. Aveva accantonato ogni velleità culturale per abbandonarsi alla deriva del vivere sereno, senza particolari ambizioni né aspettative, grazie anche a Massimo, conosciuto ai tempi della ragioneria. Che aveva scelto come mestiere la guardia giurata, già prima che la sua ragazza maturasse una vocazione naïf per gli scrittori tedeschi, iscrivendosi a lettere. Massimo, appena diciannovenne, aveva tentato di seguire le prime lezioni alla facoltà di scienze economiche, con la rassegnazione di chi è destinato a recitare su un copione già scritto da qualcuno. Ma la prospettiva di un guadagno sicuro, senza fare un cazzo tutto il giorno, lo allettava: suo padre, usciere al ministero, ne sarebbe andato fiero, un figlio con la pistola e tutti ti rispettano. E ti si spalancano tante porte, lui se ne intendeva! Furbetti e raccomandati, nella Roma degli anni ottanta, erano destinati ai vertici, pur provenendo dai quartieri periferici, con le baracche a ridosso degli archi dell’acquedotto romano…

Tu non sei

Beati i normali, beati i regolari e beati tutti quelli che il caos non esiste se non in qualche formula fisica. Il caos siamo noi, nel nostro privato e nel nostro pubblico. Guarda i titoli scorrere in fondo al video-notiziario; ripensa ai tuoi ultimi vent’anni! La vita, micro e macrocosmo, è un caleidoscopio di pensieri e azioni che si pretende di circoscrivere in un ordine apparente, ma che in fin dei conti è solo pura casualità. Ecco, il Caso e il Destino sono nostri compagni ideali, ovvero scomodi inquilini che provvedono puntualmente alle pulizie condominiali e delle parti comuni dell’edificio e a chiamare l’ascensorista per un intervento di manutenzione straordinaria. Non puoi fare a meno di loro. L’Entusiasmo-della-ragione e l’Ottimismo-della-volontà non sono i passepartout che ti spalancano portoni d’ingresso né varchi dimensionali verso universi paralleli. La vita è un gioco pericoloso quanto una roulette russa, e a vincere è sempre il banco. Che non sei tu.

Un anno senza

Un corpo giovane è tutt’un’altra storia. Come un film a colori e con gli effetti speciali. Il mio corpo ormai è in rigoroso bianco e nero, una pellicola Nouvelle Vague restaurata, senza fotogrammi effetto seppia, tipo ritratto anni ottanta. Pacchiano come tingersi i capelli o pomparsi di botulino la faccia. Io sono orgoglioso delle nuance grigie sulle tempie; fanno tanto supereroe in congedo. Per il resto, venti piegamenti mattutini mi scaricano nei muscoli adrenalina in quantità taurine, e solo una caffettiera da tre tazze riesce a rimettermi a nuovo.

Sono rincoglionito, ma non vecchio! Non ricordo quasi un cazzo della vita trascorsa fino a oggi, eppure ho mantenuto un aspetto da frequentatore di happy hour. Il corpo è tutto: senza appeal non hai diritto di parola, e allora con la cultura, l’intelligenza e l’arguzia puoi serenamente pulirtici il culo.

Il giorno che mi diagnosticarono un’immunopatia irreversibile fu per me un giorno uguale a tanti altri. Camminavo appoggiandomi all’ombrello in un inverno piovoso. In primavera, avevo recuperato dalla cantina un bastone di tek da reduce libico. Ma mai mi sarebbe passato per l’anticamera del cervello, né per il disimpegno, il corridoio o il cesso, di arruolarmi nell’esercito. Del resto gli scenari di guerra convenzionale nel mondo si contano sulle dita di una mano e le azioni di peacekeeping servono solo a rifarsi il maquillage con la Banca Mondiale e il G7. Poco importa se tu Grande potenza occidentale hai lasciato licenziare diecimila metalmeccanici e hai il dieci percento della popolazione sotto la soglia di povertà . In ogni caso, piuttosto che intrupparmi mi darei alla macchia. Da noi ce n’è in abbondanza, i partigiani invece sono tutti morti e i loro nipoti pensano solo alla fica.

Dal giorno in cui Paolo, lo specialista, mi diede la notizia senza commiserazione, sguardo privo di inflessioni e timbro di voce gardesano opaco, o annoiato, oggi è passato quasi un secolo. Mi resi conto ancora una volta che la maggioranza dei medici ha una visione provvidenziale della malattia e del dolore; quest’ultimo per loro è un trascurabile effetto collaterale. Siamo portati ad attribuire ai semidei con il camice bianco poteri taumaturgici, anziché considerarli lavoratori qualsiasi, onesti esercenti una professione di prestigio sociale e altrettanta responsabilità . Il più delle volte sopravvalutati entrambi, prestigio e responsabilità.

A un mese dall’inizio della cura iniziai a deambulare correttamente e senza supporto, e nessuno mi chiedeva più cosa avessi o come stessi. La chimica fa miracoli con soli dieci milligrammi la settimana, ma meglio non esultare quando c’è di mezzo Big Pharma. Solo gli amici di vecchia data si accorgevano che a tavola lasciavo il calice di bianco mezzo pieno e che al bar, al posto del campari mi facevo un pallido crodino. Un birromane intenditore come me che ripiegava sull’analcolica iniziava, se non a suscitare scandalo e riprovazione, almeno a fare notizia. Un giorno a settimana dovevo imbottirmi di pillole, un altro di vitamine. Naturale che poi passassi la giornata a letto e, la mattina seguente, a scuola, ero oppresso da emicrania persistente e accessi di nausea all’entrata in una classe in cui al cambio d’ora non si erano spalancate le finestre. Il collega dell’ora precedente, il venerdì, lasciava un miasma di cloaca che si sprigionava dal suo cavo orale, ma non era il solo, come vedremo. Ormai credevo di soffrire di allucinazioni olfattive, oppure avevo acquisito un’eccezionale sensibilità agli odori. Distinguevo il tanfo dei calzini sporchi dal lezzo di frittura che impregnava le felpe e dall’afrore ascellare; quasi tutti gli studenti avevano problemi di alitosi, ma non di flatulenza, eccetto i più piccoli. Il fiato del vicepreside puzzava come una discarica abusiva; non era un vicepreside vero, bensì un supplente, nemmeno laureato. Nessuno tra i prof era disponibile a sostituire il dirigente nemmeno per pochi mesi o un anno. Un mestiere di merda, come tanti, più di altri. Di lì a poco avrebbe coperto quella poltrona da burocrate un qualche nerd trentenne. Si sarebbe rovinato con le sue mani, senza neppure immaginare in che covo di filibustieri manigoldi e mezzane di postribolo si sarebbe andato a ficcare. La mia scuola è uno zoo.

Il Primo maggio diedi buca a un festino etilico in una cascina attrezzata di botti e spillatori self service (comunque ci avresti trovato un oste a mescerti birra e vino a pioggia, felice di prestarsi una volta tanto alla nobile causa del volontariato). Una volta radiato dall’albo degli alcolisti di sinistra, mi sarei rinchiuso in un proibizionismo meditativo o qualunquista, da maggioranza silenziosa che acquista bottiglie di rosso frizzante al supermercato e se sa di tappo non se ne accorge mica. Mi chiedevo di continuo quali sensazioni avrei provato dopo mesi di astinenza assaporando un pinot o un primitivo. Vivevo in un’aspettativa da adolescente, gioiosa e priva di ansie, visto che bevitore lo ero già stato, a lungo e abbondantemente negli anni passati. Finii semplicemente per dimenticare il desiderio di un calice di aspro krassì. E per inciso, non è che mi figurassi la Grecia come una mecca per le mie papille prima di buttare giù un paio di bicchieri di bianco di Morea, semplice ma efficace…

Aprile

È successo: L. è andata via. Sembra che qui a casa mia non ci resti mai nessuno, eccetto il sottoscritto. Leggo Uwe Johnson, leggo le tragedie altrui. Biasimo il nostro egoismo di viziati edonisti, egoisti fino al midollo. Smidollati che in un lager creperebbero una volta scaraventati giù sul marciapiede. L’umanità mi fa schifo. E neanche la natura è meno indifferente e crudele. Da ultra-quarantenne, inizio a percepire il messaggio dell’unico dio sceso in terra, dello stupefacente, ridicolo, appassionato Giacomo da Recanati, superstite su quella terra marchigiana ancora oggi luogo dello spirito, della ricerca di una bucolica perenne, come il disco in loop che irradia un adagio celestiale; pensate alla Quarta di Mahler. Non c’è bisogno di puntare lo sguardo sui capannoni dell’Italietta operosa e scaltra, sui palazzi tirati su alla rinfusa lungo la più bella riviera del mondo, quella adriatica, ma cento anni fa.
Penso che L. stava per annegare, appena treenne, in una piscina dell’albergo romagnolo dove passavamo le estati dei loro primi anni di vita (S. è sua sorella, di poco maggiore): tutto normale, L. non fece una piega; anzi da allora cominciò ad amare l’acqua, il sole e il mare e il Sud. Come me: lei è mia figlia, la mia seconda e ultima.
In questi ultimi tempi non mi muovo più di casa. Eccetto che per il giornale la mattina e per l’aperitivo all’ora che volge al desio. E prima di coricarmi per la mezzora di riposo pomeridiano, apro il Dante minuscolo hoepliano su un canto del Purgatorio. La cantica dell’elegia, la più sottovalutata. L’understatement, io l’ostento per deprivarlo del suo britannico estetizzante conformismo, quello delle Austin-Morris in radica di noce e pelle goffrata, tettuccio in vinile e carrozzeria verdone stile golf Franciacorta. Andate affanculo: rimpiango il Libanese, il Freddo e i delinquenti spacciatori della mia borgata romana degli anni settanta. E anche certi autonomi anarcoidi e plebei che oggi sono a tre quarti dalla pensione ministeriale, raccomandati dallo zio prete eccetera. Non c’è scampo? Tutti contro tutti. La storia non cambia. Oggi come allora: lobbisti, massoni e il Vaticano. Americani e democristiani hanno piazzato bombe ovunque, hanno tentato di ridurre il nostro Paese in macerie, come in Grecia, in Vietnam, in Cile, in Iraq, in Palestina. Le nostre macerie sono oggi questi governi di epigoni mafiosi, senza alcuna soluzione di continuità dal luglio ’43 all’aprile 2016. Il tuo Aprile, Nanni Moretti, non è quel mese foriero di speranza di rinnovamento, né dell’una né dell’altro.
Le Brigate rosse furono smantellate da un giorno all’altro. Una volta assolto il loro sporco compito: destabilizzare per stabilizzare. Strumenti della perversa strategia normalizzante, fedele al capitale e ai suoi luridi interessi. L’Italia è il paese con il più lungo golpe della storia: dai Savoia al PD, centocinquant’anni e poco più…

Paralessi

Non sono abbastanza maturo per rovistare nella spazzatura altrui, ma da quando separiamo l’umido, rimesto volentieri gusci d’uovo, fondi di caffè e foglie secche nel compost in giardino, comprimo carta da cucina e ne ripesco i brandelli ancora asciutti, utili a rimuovere gli avanzi di cibo dai piatti, prima che questi siano allineati tra i rebbi del cestello inferiore della lavastoviglie, in modo da non aprire il rubinetto e consumare il bene più prezioso. Talvolta lasciamo ad altri la raccolta differenziata dei nostri malanni dell’anima. Sta a loro smistare lo sporco e il resto, nel momento in cui veniamo sommersi da cumuli di rifiuti che ci schiacciano nel fondo della pattumiera esistenziale. Solo dopo una caduta ci s’impara a rialzare. E comunque lo psico-spazzino è un lusso da star newyorchesi, uno status symbol, sebbene meno pacchiano di quei fuoristrada da città, magari acquistato con il mutuo o in leasing con la partita iva della moglie che fa le pulizie. Solo quando ho realizzato che il mio bidone era alfine colmo, mi sono rassegnato all’idea di sottopormi a una serie di sedute dall’analista. Uno dei miei più frequenti avanzi, come dicevo, è stato proprio l’alcol. Un giorno, un amico che non vedevo da tempo, ricercatore affermato in una qualche università di cui non ricordo il nome, teorizzò la nostra condizione di alcolisti privilegiati e integrati. Quelli che sballano con una dozzina di calici da trenta euro la bottiglia della tal cantina che produce vino alla maniera antica. A momenti tessevo gli elogi di Willy e dei suoi quattro cartoni di tavernello al discount, delle sue giornate etiliche ai giardinetti a scrivere poesie o giocare a carte con compagni di bevuta o aspiranti sbandati stufi dei professori. E a fine giornata Willy inforca la dueruote e pedala in salita verso casa, una specie di garage con stufa a kerosene e gabinetto con doccia e lavabo. Le vie per la felicità sono molteplici e differenti l’una dall’altra: la sua è un viale pedonale; la nostra una circonvallazione, nel senso dell’irraggiungibile meta.

Mi capita spesso di stare a guardare. Osservo il precipizio dal trampolino con comprensibile apprensione. Non nego di aver pensato di giocarmi un doppio carpiato talvolta. Io, che do spanciate persino dal bordo piscina. Dall’ultimo tuffo sono uscito con le ossa rotte, e poco ci mancava che lasciassi la carcassa là sotto, sbattuta sugli scogli e trascinata dalla risacca nel fondo dell’oceano. Solo ora ho capito il senso di quelle targhette di ottone rivettate lungo le cornici dei finestrini di treni e autobus, quando il climatizzatore era ancora un miraggio di tecnologia sui mezzi pubblici: “pericoloso sporgersi e non gettare…”; “keine gegenstaende auf…”.

A fine ottanta l’aria condizionata era roba da film. A NY ce l’avevano tanto i penthouse come i bus di linea che da Columbus ti scarrozzavano fino al Wtc con un dime e cinquanta minuti di Broadway congestionata. La Grande Mela l’abbiamo vissuta nei film d’azione e nelle commedie romantiche. Città comunque fantastica, ma irripetibile nei fasti di venticinque anni fa: dunque mi guarderò bene dal ritornarci. Mi ero affezionato all’Elefant and Castle giù al Greenwich e alla sua cameriera sino-nippo wasp, di statura frisona, paradigma postqualcosa del multiculturalismo, termine che solo oggi si affaccia davanti alle nostre coscienze ottocentesche. Gli americani sono sempre qualche lustro più avanti; tuttavia già le nostre ultime generazioni sembrano non comprendere il nostro stupore lombrosiano di fronte al melting pot che affolla le aule scolastiche di oggi, qui al Nord, almeno.

L’Europa in questi ultimi anni si è scoperta priva di autentici valori dell’accoglienza, rinunciando a imporre ai migranti i propri modelli culturali e linguistici, pur nel rispetto delle singole identità. I ghetti e le banlieue sono polveriere utili ai governi che sostengono politiche xenofobe allo scopo di gestire ogni dissenso con l’asprezza dei lacrimogeni e la brutalità degli sfollagente. Negli Usa uno straniero si sente a casa propria. Se riesce a ottenere la fatidica carta verde, è felice di sbarazzarsi persino delle proprie radici. Dissimulare le proprie origini ritenendo inutile sbandierarle davanti a chi non se ne fa vanto a propria volta. Cosmopoliti. O apolidi, fa lo stesso, giacché si è senza patria anche a cinquecento chilometri di distanza, sebbene all’interno delle frontiere nazionali.

Per tornare a Downtown: non so se la tipa mi aspettò abbastanza a lungo. Non mi presentai all’appuntamento, ma non per scelta. Ero rintronato dal jetlag. Inutile spiegarle, non avrebbe inteso ragioni, e la sera stessa mi servì al tavolo un’altra ragazza. Del resto non me ne importava nulla. Avevo altre priorità, coprire in pochi giorni il perimetro dell’intero distretto isolano di Manhattan da Tribeca ai Cloisters. Queens e il Bronx (ma non Coney Island) li avrei lasciati a fanatici di basket e gangsta rap. Ero lì per immergermi nel mito pulsante della metropoli mondiale; non trovavo affatto cool quel modo ridicolo di atteggiarsi a celebrità da bassifondi. Preferivo lo snobismo del Michael’s pub e del cameo di Woody Allen che attirava frotte di turisti in attesa della fugace apparizione del divo al clarinetto con la sua band di dixie. Ho sempre viaggiato da solo, mai per lavoro. Ho smesso di scattare fotografie da quando la concorrenza del digitale nipponico e sud-coreano, inteso pure come elemento umano, si è fatta spietata. Era il boom delle videocamere compatte. Io con la macchina a rullino e ottica fissa parevo un Peter O’Toole o un Bruce Chatwin post eventum. Un dandismo ormai insostenibile.

Faccio spesso la fila alle casse del supermercato. Durante la pausa pranzo, mi aspetto il deserto e invece le commesse del centro mi precedono, dato che i negozi abbassano le saracinesche una mezzora prima dell’interruzione pomeridiana degli uffici. Ragazze giovani e attraenti conversano con la cassiera, che a scorrere i codici a barre sul lettore non è richiesto il massimo della concentrazione. “La prossima settimana chiudiamo per ferie.” “Dove vai di bello?” “A Santo Domingo.”

Però, mi chiedo dove una ventenne da novecento euro al mese trovi i soldi per un viaggio intercontinentale. Va bene, bastano un paio di stipendi, appunto. Un tempo, quelle vacanze esotiche erano riservate a rari aristocratici e giovani milionari senz’arte né parte, non certo a chi si spaccava la schiena a spalare sabbia o zolfo nelle cave. Oggi di minatori non ce n’è neppure nel Sulcis, mentre persino il garzone del reparto ortofrutta ha circumnavigato il globo con un volo a prezzi stracciati. Oggi ripenso al viaggio come dimensione alternativa e insieme imperativa dell’esperienza individuale. I mari del Sud non mi appartengono, specie d’inverno, Quasimodo non me ne vorrà se non calco più il piede straniero sul cuore di quegli oppressi che non godono certo il favore delle spiagge bianche e dell’estate perenne. Trascorsi due settimane a Cuba a febbraio del ’95. Allora ero uno stupidotto, o solo un trentenne. E comunque l’Avana e tutta l’isola non sono i Caraibi dei ricchi statunitensi. A Varadero ci svernano anziani canadesi del ceto medio che vivono con la pensione da veri nababbi. I benestanti del nostro Nordest dismesso preferiscono mete meno tropicali, a poche ore di automobile dal confine giuliano, Bulgaria e Mar Nero, donne bionde e spigliate, moneta debole e stato sociale a livello nordeuropeo. A me piace l’Oriente e il mondo arabo da sempre. Da sempre rimango impressionato dal calore umano di quelle genti che l’opinione comune da noi considera infide e fanatiche, senza alcuna distinzione geopolitica o etnica. In ogni caso, in India e Nepal io mi sentivo a casa mia e vent’anni dopo in Cisgiordania fu lo stesso. Nella primavera dell’anno successivo ricevetti persino le avances di una giovane marocchina di etnia caucasica, spinta dalle sue conoscenti in abiti tradizionali e capo coperto a chiedermi se fossi maritato o meno. Carnevale 2014: Gerusalemme pullulava di turisti, lo realizzai dopo due ore di coda per salire oltre le Mura di Solimano, sulla Spianata delle moschee, per appena mezzora di visita.

Sovrastruttura marxiana, al pari dei due millenni di cristianesimo e di trentacinque anni di pensiero unico capitalistico, quest’ultimo nella misura contraria al proprio autoproclamato ostentato pragmatismo ché sottende viceversa misticismo finanziario e ignoranza socioeconomica. Mentre nel primo caso possiamo affermare che l’umanità è tale in quanto immagina se stessa, e non si tratta solo di immaginazione creativa; il più delle volte la fantasia sta al servizio di un potere malvagio e distruttivo. Diecimila anni di storia insegnano questo “scandalo”, secondo Elsa Morante. Io ho impiegato cinquant’anni per capire. L’analista mi ha suggerito un altro uovo di Colombo: “Mandi un po’ tutti a cagare”. Ovviamente non si riferiva all’intera specie umana, piuttosto ai singoli nella fattispecie direttamente interessati. E io seguo le istruzioni. Ho pure imparato che non ci si può aspettare l’Amore come a vent’anni dopo altrettanti passati insieme e nemmeno all’insegna dell’idillio. Micaela, con la quale mi trovo a bere un cappuccino al bar, mi disillude. “Non credere di poter tornare a condividere la stessa stanza dopo anni.” “Ma con i letti separati!” protesto io. “È lo stesso, non fatevi illusioni, non funzionerà.” Sono seccato, troppa franchezza mi infastidisce. O forse è la verità che ci si dovrebbe aspettare dagli amici, ma quando è scomoda la si preferirebbe meno schietta: in ogni caso, meglio la sincerità senza se né ma.

Siamo anime belle, felici di esserlo e di provare sensi di colpa se la situazione lo richiede. Soprattutto se centinaia di disperati affogano tentando di raggiungere in canotto uno scoglio d’Europa dimenticato dalle algide cancellerie di Strasburgo e Francoforte. Noi anime belle proviamo pietà per almeno un giorno, postiamo tweet indignati e osserviamo un minuto di silenzio. I colletti bianchi di Maastricht hanno tutt’altra preoccupazione. I potenti sono cinici, e noi ci chiediamo se non abbiano ragione ad esserlo, visto che la settimana dopo noi non ci chiediamo più niente, smettiamo di cinguettare indignati e di osservare minuti di silenzio. E quando a scuola squilla la campanella a lutto, le classi si precipitano fuori attraverso le scale antincendio, scambiando il cordoglio ufficiale per un’emergenza o peggio per l’ennesima prova di evacuazione dell’edificio. E i professori, più alienati dei loro stessi alunni, chiudono le file e le porte delle aule.

Io respiro così: scrivendo di nulla, su un diario al contrario, una settimana o due all’anno. Mi infastidisce la pagina a sinistra, fin dalle elementari, perciò terminato il quaderno, ricomincio da capo rovesciandolo. I margini verticali risultano asimmetrici, il piede di poco più ampio della testatina. Vergare in corsivo arabeschi sulla carta morbida e grezza è un massaggio per il braccio e per la mente. Respiro il profumo di cucina, odorino amaro di indivie e radicchi stufati in padella. Questo non è tempo di sinestesie pascoliane. La letteratura è un tumore benigno che riaffiora sempre dalla fossa dei ricordi di scuola. Ed è subito sera. E l’inferno è certo. Certo che la cicoria non è pianta nobile ed esotica a differenza del tè d’Assam o Yunnan, né mi sognerei mai di buttare giù un infuso di catalogna. Con il miele di castagno non sarebbe male, neppure il surrogato di caffè con l’orzo…

Ho sempre dubitato della veridicità di ogni assunto dogmatico o scientifico a prescindere. A partire dalla rotondità del globo fino al Teorema di Euclide. Non parliamo poi delle verità profuse nel mezzo della chiacchiera pomeridiana che accompagna il caffè di casalinghe dirimpettaie, inizi anni settanta. Mia mamma era tra queste. Prima d’allora si azzardava esclusivamente a discorrere delle solite innocue bagattelle sull’uscio di casa. L’escalation la portò ad aggiustare il tiro del pettegolezzo ad alzo zero, che corrispose a frequentazioni ancor più basso-locate delle precedenti. Le famiglie sul nostro pianerottolo potevano vantare studi universitari o liceali per la rispettiva prole. Almeno migrava nelle altrui magioni, privandoci del chiacchiericcio di sottofondo, nei rari momenti della giornata che passavamo tra le mura domestiche. Situazioni che disegnano stati d’animo da malinconia profonda. Ma il malumore è legato a una sfavorevole congiunzione astrale, oppure al maltempo o all’alta pressione? Solo oggi concordo con l’ipotesi meteo: gioisco se la sfera di fuoco mi lambisce le gote nel tardo inverno; allora apro uno spiraglio all’aria gelida che tuttavia lascia trapelare quel tepore che “tu” sei andato anelando per quei mesi lugubri. Segno sempre errore (lieve!) l’uso del “tu” impersonale. Ma i miei alunni se ne sbattono. E puntano al sodo: “scopano in bagno e nelle aule” e “fumano spinelli in giardino”. Niente di sconvolgente per qualche prof, ormai adulto. Scandalo e biasimo però sì, e fioccano provvedimenti esemplari, manco fossimo tornati al regime carcerario oltreché paternalistico − quest’ultimo tuttora in vigore − della scuola deamicisiana. Viceversa non ci scandalizzano i presidi che sperperano denaro pubblico acquistando tecnologia obsoleta e inutile alla scuola, né i campioni della Nazionale nel giro del calcio-scommesse pieni di denaro e belle donne, né l’imprenditore che cassintegra operai e registra società offshore accumulando tesori in Svizzera o chissà dove.

Evidenze parallele, un blocco di appunti su cui riportare i movimenti della tua coscienza, Ce lo diciamo in tutti i modi, facendo finta. Scorro le stampe in bianco e nero scattate trent’anni fa con la mia prima reflex. Poche, perlopiù sparpagliate in una scatola dai bordi ingialliti. Ritratto di mio padre alla mia età di adesso. Ne dimostra quindici di più, salvo che per il colore e il volume della sua chioma da zingaro. Non è solo la mia percezione di allora che oggi ho impressa ancora nella memoria. Lui riporta scolpiti profondi nel volto i segni della fatica, del lavoro manuale, del fumo di sigarette e persino di un’alimentazione a dir poco eclettica. Del disagio da sradicamento, della malinconia, che talvolta scrivo con la maiuscola, quando sento riaffiorare, io pure, il demone meridiano, Saturno, l’umore nero, il furore di Ercole raccontato da Aristotele. L’accidia miete nomi illustri, da Petrarca a Ficino, da Leopardi a Nietzsche. Assenti dall’Oltretomba dantesco, sdegnati persino come peccatori, per questioni non solo anagrafiche. Negletti dalla psicanalisi, relegati tra i pazienti di serie B, tossici di Xanax e Roipnol. Al mio vecchio affibbiarono l’etichetta di depresso cronico. S’imbotti dei veleni cari a Big Pharma e ai suoi infami accoliti, uno dei quali lo annoverò tra i suoi pazienti, per un’estate (fortunatamente) e un centinaio di euro a visita, il tempo di bere un caffè e proferire “Luigi, ti vedo bene”. Aveva appena scontato un mese di manicomio per sbaglio, cioè per l’insipienza degli stessi sciamani in camice bianco che si vantano di aver pronunciato il giuramento di Ippocrate e di aver frequentato il miglior liceo del regno.

A mio padre non piacque mai il realismo di quel primo piano. Eppure è lui. A volte una foto racconta più di un romanzo ottocentesco e io mi sentivo un giovane Salgado o un Cartier-Bresson; non un Nadar, men che meno un Newton (Helmut). Ero fiero della Zenit nuova d’importazione dall’Urss di epoca Andropov, gentilmente donatami dal fratellone. A quei tempi fantasticavo dell’immutabilità di alcune conquiste tecnologiche che si erano ormai fuse nell’antropologia culturale della nostra società, illuminata e progressiva. Malgrado tutto. Solo ora realizzo la mia ingenuità, rassicurata da quella specie di positivismo intempestivo. Per me l’invenzione del treno, della bicicletta, della radio e del telefono rappresentavano il punto di arrivo, l’apice della creatività umana. Ero uno dei pochi utenti privati a possedere un fax, meraviglia delle meraviglie. Se ogni cittadino del mondo avesse potuto disporre di ciascuno di questi strumenti, una nuova età dell’oro per l’umanità si sarebbe affacciata all’orizzonte. Pura utopia. Mi resi presto conto che la scienza e la tecnica sono da sempre al servizio dei potenti, e le moltitudini ne subiscono il destino come cavie di laboratorio. Lo sviluppo utile e sostenibile, cioè rispettoso dell’ambiente e rivolto al benessere globale, esiste solo nelle pubblicità-progresso, fasulle e menzognere fino al midollo.

Sono arrivato alla fine del millennio ad accendere il computer solo per lavoro, giacché negli anni zero la pubblica amministrazione è sprofondata nell’era digitale (posta elettronica certificata, fisco, sanità e scuola con le sue circolari ministeriali che ottundono la coscienza di noi insegnanti). Scrivo con la stilografica o con penne a sfera di alto lignaggio, ricordi di famiglia e di amici. Con me non c’è che l’imbarazzo della scelta, siete avvisati: mi occorre di tutto, da utensili di cucina a libri e quaderni, cancelleria, fiori e piante e persino casse di vino e liquori, che non bevo ma mi piace tenere a portata di mano per i rari ospiti. Tuttavia mi porto dietro dalla post-adolescenza il desiderio di possedere una Papermate degli anni ottanta, con i cuoricini sulla clip e una cartuccia di inchiostro fresco. Ne ho scovata una simile, a Rabat. Stesso design antiquato, scrive da dio, e mi suscita chiarezza concettuale ed espositiva. Sono articoli antiquati e di nessun interesse per un qualsiasi quarantenne attratto dal fascino dell’elettronica e da quei punti vendita di migliaia di metri quadrati all’interno dei centri commerciali sparsi per il nostro continente e non solo quello. Sono articoli che non interessano più a nessuno oggi. Nemmeno le radio a onde corte, che ho adorato fino a quando Radio Londra o BBC world service non ha dismesso il segnale in Europa.

C’è chi il vuoto lo riempie come può. Io ci precipito dentro con tutto me stesso. La malinconia è un tarlo che ti logora le fibre dell’anima. La si può lenire, mai guarire, e secondo gli antichi non tutto il male veniva per nuocere, ché poi ci si ubriacava si ballava e si finiva tra le braccia di qualche etaira. L’accidia assunse i connotati del peccato capitale per gli uomini di chiesa e della depressione per gli psicanalisti, moderni sacerdoti o sciamani del dogma farmaceutico.

Il vuoto io lo riempio così, con le parole della mia storia. La brusca sterzata, che mi ha fatto imboccare il senso unico dell’esistenza, l’ha data la signora con la falce quando anni fa ha avvolto nella sua tunica mio padre, quello della foto ma con meno di vent’anni in più sulle spalle. Lui il demone meridiano della crisi di nervi lo conosceva bene; quell’angelo caduto lo aveva visitato fin dalla giovinezza. La maturità e la famiglia gli diedero una mano a scacciarlo per qualche tempo, dopodiché tornò per non lasciarlo più fino al fatale passaggio delle consegne. Paradossalmente il mio vecchio fu felicemente ammalato di cancro e ignaro di esserlo, e la vicinanza della signora in nero lo guarì dalla depressione cronica.

Insomma percorro questa strettoia, non mi resta altro da fare. Dopo essermi ritrovato senza genitori, orfano ultraquarantenne, decisi che era tempo di raccogliere i miei stracci (senza peraltro distendere le mie quattro ossa sul greto di un torrente come un’Ofelia preraffaellita o un Ungaretti fluviale). Alla fine del percorso mi ritrovo sul viale dell’Università ateniese, Panepistèmiou ‘odòs, a magnificare le lodi del mio acquisto da trenta centesimi di euro, in una bic punta fine stelo ocra, inchiostro fluido, un modello degli anni sessanta introvabile da noi. Alle elementari bastava estrarre la cartuccia e il tappo all’estremità opposta per trasformare la popolare penna a sfera in una micidiale cerbottana, con i proiettili ricalcati sulle bucce di mandarino, quello con tanti semini per capirci, soppiantato oggi dalle clementine apirene ma insapori. Dei poeti ho cominciato a diffidare dopo la laurea, con le dovute eccezioni, ovviamente: da Leopardi, Montale, Bertolucci e Penna non si toccano. Presi a disamare i feticisti della parola evocatrice o dello spazio bianco, un nulla che non dice un bel niente. Chiacchiere in versi fini a se stesse, utili alla vanità di chi assapora per un istante il privilegio dell’attenzione altrui e poi stop. Il poeta vero – fortunatamente raro come il lantanio – soffre da cani e se ne frega delle belle parole. Scrive per disperazione. Chi scrive di sé è mosso dalla medesima spinta, ma l’intento è altrove. Dove, non ne ha idea, l’importante è andare, viaggiare: l’itinerario è la meta. C’è chi attribuisce all’autobiografia un tratto femminile, esclusivo. La critica letteraria è noiosa e carica di pregiudizi, da sempre: a meno che parlare di libri non sottenda fini diversi quali quello di raccontare un’altra storia.

Ho vissuto gli anni migliori della mia infanzia e preadolescenza in un quartiere della Roma periferica e pasoliniana, dove si moriva di overdose ogni giorno e la microcriminalità pulsava nella marmitta di un vespino taroccato o di una Cinquecento dal rombo di tuono. E ogni giorno ci scappava lo scippo o il furto in appartamento. Oggi in quel quartiere di tossici e rubagalline non se ne vedono più. Non autoctoni, comunque: oggi i delinquenti sono rom o romeni, stirpi ritenute affini per consonanza, malaffare e radici tzigane (solo che le due etnie condividono a malapena una remota origine indoeuropea). I palazzoni somigliano a penitenziari con le grate fino al quinto piano perché gli zingari sono ritenuti agili trapezisti e saltimbanchi circensi da arrampicarsi lungo grondaie e cornicioni. E tuttavia di drogati son piene le città, anche quelle del ricco Nord; qui a Centocelle i giovani dai diciotto ai quaranta si imbottiscono di coca e pastiglie durante il fine-settimana. I più tranquilli si sbronzano e basta. L’alcolizzato è una vittima della malattia, il tossicomane un reietto da spedire in comunità. Etilisti lo siamo un po’ tutti. Io ho iniziato sotto le armi, per combattere il freddo umido che mi ghermiva la fibre muscolari in un inverno peninsulare ma tutt’altro che clemente. E non stiamo parlando neppure della Grande guerra, dove ogni errore e ogni orrore sono stati convalidati quali gesta patriottiche di eroi della Nazione. Io mi accontentavo di haschisch e Cointreau, prima del contrappello in mimetica e anfibi lucidi, sull’attenti alle 23. Ho bevuto con moderazione ma anche con costanza, per trent’anni. Ho pasteggiato a birra e/o vino rosso davanti a una mozzarella di bufala o a un riso pilaf, persino con la febbre a trentotto e un principio di bronchite. Un episodio antico: non faccio l’influenza da mezzo secolo. O il ricordo è sommerso dal chianti. Gli ultimi tempi sono stati i più difficili. Mi avevano diagnosticato un’artrosi cronica e irreversibile con prescrizione di un chemioterapico a basso dosaggio. Mezza bottiglia di bianco a settimana mi avrebbe spappolato il fegato in quattro e quattr’otto, così mi rifugiai nel caffè e nelle bevande analcoliche, birra compresa. Un anno da astemio e tante pastiglie servì ad allontanare il dolore e ad ridurre drasticamente i sintomi della malattia. Dopo di allora, bastava una canadese a rendermi brillo, mentre un quartino di bianco mi costringeva a letto con l’emicrania. Per protestare contro la natura crudele abbracciai il veganesimo dopo undici anni da vegetariano scrupoloso. Persi appetito e dieci chili di massa corporea, un sesto del mio peso. Suscitai un morboso quanto fasullo interesse in colleghi e conoscenti. Saprofagi pronti a divorarti la carcassa.

Buon ritorno alla terapia. Carta penna e stereo a palla: coro con otto solisti e mille tra voci e orchestra. Lo so, questa è un’opera barocca, un centone che comprende e mescola pubblico e privato, serio e faceto, umile e sublime. Il comico siamo noi. A far ricca la terra con i nostri escrementi, con le nostre membra disfatte. Anche Mahler lo è a volte barocco, debole superuomo, sinfonista che sposa sonaglietti e primi violini, voci bianche e baritoni. Declina ogni possibile esito della sonorità classica, dall’oratorio alla dodecafonia, al romanticismo decadente e tonitruante.

È inutile girarci intorno. Il mio mezzo secolo sta scatenando un cataclisma emotivo, un maelström che mi risucchia da dentro e mi centrifuga i sensi. Capita a tutti, a quanto vedo, non solo a chi “mi sta vicino” e mi ha dato una mano a tuffarmi nel gorgo. Scoprire oggi come siamo nel profondo mi getta nella consapevolezza disarmante della fragilità umana, della sua complessa e multiforme natura, che aspira alla ragione fino a quando non precipita nell’oscurità delle pulsioni più imprevedibili, territori inesplorati della psiche. Il rimedio tuttavia esiste. Il rimedio è il percorso in sé, la terapia appunto. Il rimedio è il viaggio, vero o supposto, e il ricordo di esso viaggio dopo il glorioso ritorno. Eterno ritorno o nóstos; la Seconda di Mahler, da qualche tempo, mi avvicina al mio Dio, in un avvilupparsi primigenio dell’io attorno all’anima perenne che c’è in noi, laicamente definita identità, barbaramente chiamata Selbstgeist.

E intanto tutto scorre, malgrado noi, la nostra riluttanza a mostrarci nudi, senza veli, tolta la maschera che ci siamo scelti, ovvero che ci è stata assegnata. Dalla società, dalla famiglia di origine e da quella costituita, dalla scuola e dall’università; da i colleghi, dal mondo del lavoro. Viene quasi da chiedersi se questo concetto proto-psicanalitico tardo ottocentesco, oppure ellenistico-barocco non sia una costante nel pensiero occidentale, ovvero il Doppelgänger, la doppia faccia della stessa medaglia. In altre parole, la maschera vera o supposta, scelta o imposta, è parte di noi stessi cioè il nostro super-ego. E i nostri cinquant’anni, lungi dall’aiutarci a dismetterla, non fanno che arricchirla di un maquillage pesante e resistente quando non botox o lifting. La Grande Bellezza, intesa come traguardo della nostra estetica, c’insegna che la coscienza di sé travalica ogni ostacolo, ridisegna confini, oltrepassa limiti.

Quando uno come me, trapiantato al Nord (che detto per inciso, poi, è un profondo Sud-Europa), capita al di sotto della Linea gotica, osserva l’azzurro del cielo e assapora il calore dei raggi sul viso e parla con il primo venuto, magari in un’enoteca, magari in una fiaschetteria d’altri tempi, che dubiti di non trovarti in una sequenza cinematografica alla Tornatore. Dietro al bancone sta un tipo sui quaranta, non il solito attempato, sarà il figlio cui è toccata l’amara eredità. Privo del fardello paterno, che gli assicura un’entrata mensile assai dignitosa, non avrebbe sposato la bella del paese e sarebbe partito alla ricerca del lavoro che rende liberi a Milano, Barcellona o Londra. Osservi un tuo coetaneo meridionale e non ti esimi dal compiangerlo, quel tuo sfortunato connazionale. Invece lui sì che ha trovato la felicità, poiché non l’ha affatto dovuta cercare, tanto meno spasmodicamente come ognuno di noi pretende di fare in ogni momento della propria giornata, persino prima di coricarsi, confidando in una notte di sogni radiosi.

La mia sociopatia è provvidenziale, poiché, in caso contrario, non riuscirei a vergare neppure una sillaba. Ultimamente trovo che dedicare spazio alle relazioni amicali mi distolga da questo passatempo, per così dire. Le mie giornate si riducono al resoconto testamentario di ogni immagine passeggera che mi transita nella mente. Non un’operazione oziosa, superflua, autoreferenziale, fine a se stessa: scrivo in quanto sento fuggire via il tempo, senza scampo. Il primo paradosso della nostra dialettica è proprio in questo rincorrersi vicendevole di parola ed esistenza, pensiero e azione. Non c’è sintonia, o si scrive o si vive. E a nulla vale moltiplicare gesti e parole. Solo il signor Palomar ha compreso l’ineluttabilità di tale meccanismo, morendo nel preciso istante della sua fatale illuminazione. Ha semplicemente sciolto il paradosso. L’esistenza è un paradosso. Più nel dettaglio è la somma dei paradossi che si accumulano stratificati nel corso del nostro tempo. Mi rassegno all’inevitabile declino della coscienza universale, definizione ossimorica in sé, nel momento in cui si pretende di uscire dal proprio guscio per cercare di capire. Capire cosa c’è lì fuori. Un mondo pulsante di miliardi di umani, atomi ignari di un cosmo inconcepibile, di uno spazio-tempo fatuo e illusorio. Il paradosso sopravvive grazie all’illusione di felicità, non già alla ricerca di essa. L’elemento chiave dell’illusione è rappresentato dal riconoscimento altrui, nelle forme più disparate.

Vivo la primavera come fanno alcuni animali. Affamato e vigile, anche di notte. Mi sveglio la mattina presto, con il pieno di ormoni e pronto a sfogare la mia rabbia sulle fette di pane fatto in casa e appena tostate con la marmellata o il miele e il caffè misto orzo che sa maledettamente di antico. La sera, dopo il tramonto, se c’è bello, mi piace osservare Venere splendente e il vicino Giove, quest’ultimo poco più di un punto luminoso tra tanti.

Vecchio e nuovo cercano di dialogare. Io provo a farli convivere. Parker e taccuino di carta giapponese, ma riciclata, riviste di moda e arredamento, lo smartphone che trasmette il canale della filodiffusione in streaming e il mio cronografo anni quaranta. Come tanti oggetti che eleggi a simbolo o simulacro o pretesto, quell’orologio ha una sua storia. Ce l’ha anche il vecchio Philishave primi settanta. Lo trovi su ebay a prezzi esorbitanti. Il Dionis a diciassette gioielli è un pezzo unico, mentre uno non gira con il rasoio elettrico allacciato al collo. E tuttavia una buona rasatura con tanto di dopobarba accresce il piacere di una prima colazione sana e robusta, bisogni da primo risveglio.

Un giorno mi piacerebbe farneticare sulle meschine sorti e regressive della specie umana, a partire dal disgraziato momento in cui i potenziali bipedi ebbero la sventura di scendere dall’albero e racimolare i resti dei fieri pasti appena consumati dai signori della savana, quegli agili predatori che oggi si devono riprodurre in provetta per non rischiarne l’estinzione e il conseguente disastro ecologico. Oggi non è più possibile tornare sugli alberi, a meno di trasformarci in incazzati ambientalisti britannici o in adolescenti in subbuglio come Cosimo di Rondò nel Settecento, quando abbondavano foreste pure quaggiù.

Il nostro “pubblico” s’interseca di continuo con il “privato”. La visione del mondo è influenzata di continuo dai nostri pedestri stati d’animo. La felicità non è solo l’uscita della Grecia dalla crisi, oppure la distruzione di un accampamento militare del Gruppo Stato Islamico. La felicità è quando ti accorgi di non aver ancora reciso il cordone ombelicale che ti lega, nella sua totalità, a tua figlia di undici anni, ben sapendo che tra poche settimane sarà lei stessa a praticare il taglio netto e non indolore. Ma questo è, e tu non puoi farci nulla, anzi devi facilitarle il passaggio, Cinquant’anni sono la rivoluzione, dobbiamo ricostruire tutto. Ricercare gli affetti necessari, le ralazioni indispensabili senza le quali facciamo difficoltà a ridefinire il nostro ruolo sociale prima che professionale all’interno di questo sistema economico che macina e stritola ogni differenza, asperità, dissidenza. Remiamo controcorrente da quarant’anni, appunto, e il tentativo di nono essere risucchiati nel gorgo dell’omologazione ci ha trascinati addirittura alla deriva, lontani dal vortice e dal vertice del potere, che ci ritiene inaffidabili, cioè perniciosi. Non a torto.

Comunicare diventa sempre più difficile. Pochi quelli disposti ad ascoltare, anche quando sei refrattario ad ascoltare discorsi elaborati e ti esprimi a monosillabi e pleonastici intercalari, accentui i tratti soprasegmentali (mugugno, tossetta, gesticolo), annuisci sforzandoti di fissare le iridi di chi ti sta di fronte in segno di partecipazione, mentre pensi già alla risposta che non potrai neppure tentare di azzardare, ché il tuo interlocutore (si fa per dire) ripartirà alla carica. In questo, le donne verbalizzano di più, laddove agli uomini non si conviene il verbosismo, pena la perdita di fascino e carisma; devono lasciar intendere di saperla lunga, mentre non hanno una mazza da dire e già si figurano la tipa con l’intimo indosso: “almeno in quel momento se ne starà zitta?”.

Comunicare è come narrare. Secondo Celati è una prerogativa degli analfabeti. Quando si diventa istruiti, non ci si accontenta più dei fatti così come sono: bisogna spiegarli. A volte mi chiedo la destinazione ultima di questo scrivere concentrico, eteroclito e disordinato. Il fine è vieppiù evidente. Riossigenare la mente, cosa che solo la penna o un buon libro possono fare.

Ancora sul nulla. Ce n’è uno devastante e inconsistente, prima e dopo, ed è la morte, ossia l’attesa di essa prima che sopraggiunga. C’è un nulla quieto e benefico, nel senso del tempo che scorre, tu invecchi e i figli crescono, le cose cambiano oppure no. Un giorno, una post-adolescente distratta ti disarciona cinque metri lontano dalla bici incastrata sotto l’utilitaria. All’ultimo grido, perfetta per una matricola, ma micidiale come il toro della corrida. In pochi decimi di secondo, trovi il tempo di salutare per sempre i tuoi cari e prepararti a raggiungere i vecchi che ti hanno preceduto, seppur di poco. E invece nulla di fatto: ritorni alla casella di prima, ignaro di quanti passi indietro ti siano abbonati d’un tratto, nel gioco dell’oca della vita. Ripari la bici e lanci di nuovo i dadi, questa volta, il più lontano possibile. La bici non è la specialissima in fibra di carbonio inforcata dai campioni del cicloturismo sabbatico, bensì una specie di rottame glamour assemblata con i ricambi recuperati alla discarica o dalla cantina. Ho vissuto anni ad epurare le dueruote da certa orrida plastica, e se necessario sostituendola con parti in metallo, pelle o gomma di lattice naturale; persino uno pneumatico con il battistrada integro può tornare utile. anche se cinese. I catadiottri con bande fluorescenti, via persino l’impianto luci, tanto chi sta al volante non ti vede neanche a mezzogiorno. Riparo anche quaderni. E li assemblo, come il moleskine di vent’anni fa, smembrato e collazionato con gli altri appunti volanti, tutti destinati ad affondare con il proprio capitano, chiusi nel classico baule che un ragazzo con la passione per l’avventura scoverà tra i detriti a riva dopo un naufragio. Siamo destinati a soccombere al fanatismo tecnocratico. Non siamo le utili eccezioni tipo Raffaello e Beethoven, Sposalizio o Pastorale. Io e i miei appunti saremo risucchiati nel vortice dei gigabyte in un archivio elettronico della rete, in un qualsiasi housing del Nevada, oggi, domani in qualche fredda periferia centro-asiatica.

Pozzo, caduta, precipizio. Parole chiave epifaniche. La rivelazione dopo la catastrofe. L’etimologia soccorre la corretta accezione di significato. Catastrofe, cioè risoluzione. Provvisoria, d’accordo, ma che sottende una presa di coscienza. Sei un capofamiglia post-qualcosa, poco moderno, per nulla temuto, tanto meno tenuto in considerazione. Sei l’incomodo funzionale al disbrigo di minute e complicate rogne di quotidiano adempimento. Puoi anche cambiare in meglio, essere gentile, partecipe, volenteroso. Eppure non sei credibile. Hai perso la stima della tua famiglia, ma in verità non hai mai contato nulla. Sei l’eterno straniero, ospite tollerato fino a quando non accampi diritti, non marchi il territorio, non pretendi riconoscimenti. E le frustate servono solo a coltivare rancore, alimentare risentimento, accumulare desiderio di rivalsa. Dolore che dura da anni, ma guai a lasciarlo esplodere: devi covarlo e contenerlo, avere fiducia e resistere.

Io i cani li ho sempre adorati, eppure fin da bambino, quella lingua penzoloni mi pareva una spessa fetta di prosciutto cotto. Jude mi ricorda che l’ingordigia di essi quattrozampe deriva dalla fame ancestrale della bestia (tipo il proverbiale lupo) che fa incetta di cibo per costituirne riserva. Molto interessante, non fosse4 altro che i nostri amici con la pelliccia condividono i nostri avanzi di desco da più di tremila anni. Possibile che in tutto questo tempo non sia mutato qualcosa nel loro dna comportamentale? Come etologo non sono nulla, a differenza di Jude; sono più versato nell’antropologia, nel senso stretto etimologico antiscientifico del termine: sono dunque ginecologo e non “ginecoiatra”. La mia attrazione per il genere femminile risale a una mancanza atavica dell’universo donna nella mia famiglia. Avrei desiderato una sorella, per farle un po’ di dispetti ed esprimere la mia mascolinità naïf da autentico sottosviluppato. Oggi non sono più così: le figlie mi hanno aiutato a vedere quell’essere diabolico con il mirino galileiano. L’idea di leccare una femmina mi scioglie la memoria ancestrale che risiede in ogni nostra fibra: la massa cerebrale non è tutto, o forse no: discorso pericoloso in un paese bigotto come il nostro… Torniamo alla donna, alle sue cosce, al culo e alla vulva; ma a me piacerebbe tornare al french kiss, chissà cosa mi capiterà ancora prima di raggiungere la Rosa dei beati (o le Malebolge, che differenza fa?). Questo è pure il motivo per cui trovo estremamente attraenti certe mammine ultra-trentenni che da tempo hanno abdicato alla vagina non solo il pensiero critico e l’autocoscienza, ma anche il proprio super-io. Per me sono delle fighe nel vero senso della parola. Quando mi accade di scambiarci qualche chiacchiera rischio un improvviso orgasmo. Fortunatamente mi riesce allora di articolare un periodo con fino a due subordinate di primo grado, in modo da contenere l’esplosione della libido. Queste zoccole sono floridi esemplari da monta, a me per ora preclusi; così ne sublimo il possesso carnale, peraltro per nulla scontato né corrisposto, chissà… Mi sovvengono i fotogrammi di una scena in movimento; la casalingua [sic] che insegue la sua fiera da salotto sballonzolando le sue carni tremule e abbondanti in davanzale e posteriore mentre la vergine cuccia morde giocosa il guinzaglio e agita le zampe in una pantomima ormai tipica, vista la diffusione di quadrupedi di ogni taglia in ogni famiglia di ogni censo ed estrazione. Mi si risveglia dentro il lupo della steppa, e trovo assai attraenti Brunilde e Donatella, con le quali non riesco ad articolare un periodo con massimo due subordinate di primo grado. Sono floridi esemplari da monta, e così sublimo il possesso carnale, peraltro non scontato né corrisposto, chissà.

Per tornare a Jude, con cui intrattengo conversazioni fatte di metafore e sottintesi, ma che non traslano né sottintendono un bel nulla, posso affermare che con lei mi sento come un carro al ritorno da un taglio del bosco, trainato da buoi, sotto la pioggia incessante lungo una pista in terra battuta. Il tempo passa, il maltempo no; la legna si intride di umidità, appesantendo il carico: le ruote affondano nel fango. Faccio sempre più fatica a comprendere l’altrui visione del mondo. Tutti si procede su terreni accidentati, cercando di assecondare la traiettoria dei solchi paralleli scavati da altri, ma che ci impediscono percorsi alternativi.

Ci si parla a grande distanza senza ascoltarsi reciprocamente, vuoi per il peso degli anni che grava sul biroccio, vuoi perché così è di moda adesso. Infine mi accorgo di ciò che un individuo intellettivamente normodotato avrebbe notato con mesi di anticipo. La fragilità di Jude non è senza rimedio. Una volta messa a nudo, questa donna ti diventa riconoscente del tuo interesse nel leggere dentro ai suoi pensieri. Credo di essere l’ultimo uomo su questa terra (espressione balzana: “dove se ne trovano oltreché su questa terra?”) a potersi ergere a dispensatore di saggezza, indagatore dell’anima, maître a penser o guru, taumaturgo, apprendista stregone. E peraltro queste ultime prerogative sono frequentemente abusate a destra e a manca persino da che espone un titolo accademico comprato nei diplomifici hard discount meridionali o spagnuoli.

Il risveglio o la risalita verso la superficie, come nelle grandi sinfonie, la catastrofe benefica, avviene in te nel periodo dell’anno più indicato. Quello dei fiori e dei profumi, della luce e della pioggia che ti bagna ma non ti assidera. Tu sorridi al mondo, che ti ricambia il gesto come fosse uno specchio o lo stagno di Narciso. Nóstos o Auferstehung. Hai cercato la resurrezione con tutto te stesso – e oggi continui a farlo – andandoci vicino, ché oltre non è consentito. Hai quasi nostalgia del dolore, e sai che presto accompagnerà nuovamente i tuoi pensieri. La tensione emotiva scaturisce una visione del mondo distruttiva, ma ad alto contenuto dialettico e introspettivo. La resurrezione ci rende migliori, dicevo. Spesso, non sempre, ci si avvicina a persone diverse, quasi sconosciute.

In questa fase di metamorfosi profonda, ti trasfiguri in un’icona gotica su una pala o trittico appena restaurata e sigillata in una teca a temperatura costante. Rivaluti uno stile artistico e architettonico che non hai mai pienamente compreso, il gotico italiano, prediligendogli le forme d’Oltralpe. Eppure quelle ombre quasi grottesche sembrano acquisire all’immagine piatta una dimensione supplementare. È la percezione della prospettiva proto-rinascimentale. Mi rinchiuderei in una cappella con gli affreschi di un pittore italiano e accetterei di mandare a memoria la messa in latino, pur di essere ammesso a soggiornare in quei luoghi di pace. Mi accontenterei di una cella in monastero, penna e calamaio, tavolaccio con materasso di crine e una brocca con acqua fresca di sorgente. E scranno al lume di candela che consumerei appena una mezzora prima del riposo notturno dopo un’abbondante zuppa di legumi e un bicchiere di vino aspro.

La mia finestra sul mondo si è aperta alla fine degli anni ottanta, terminati gli studi. Non avevo viaggiato granché, Americhe e India asiatica. Acquistai una buona radio a onde corte che da poco ho relegato in soffitta mercé la praticità della web radio che mi consente l’ascolto tra queste irte Prealpi di Radio 3 Rai e dell’omologo quinto canale, già diffuso su doppino telefonico e poi in etere in sole cinque grandi città. Mi ostino a conciliare tradizione e tecnologia avanzata. Del resto chi se ne frega se con l’app del telefonino mi ascolto tutto Chopin a tarda sera o Bach appena sveglio. È un po’ come farti una canna, parola di Jack Nicholson in Easy rider: guardi al resto del giorno con gli occhi del saggio. Così mi piace lordare o solo contaminare la perfezione asettica dei dispositivi elettronici con la mia idea di funzionalità ibrida e meticcia, alla faccia dell’integralismo informatico.

Jep Gambardella suggerisce all’amico imbranato, drammaturgo velleitario, di abbandonare la retorica per l’autenticità dei contenuti. A costo di sforare nell’intimismo. Io non avrei bisogno di farmelo ripetere una seconda volta. Per me la letteratura psicologica è una palude dalla quale non si esce facilmente. A cinquant’anni ho riscoperto l’amore. Non un amore qualunque, un doppio amore. Il primo per la mia donna di vent’anni innamorata di un altro; il secondo per Jude, per la quale ho ritrovato la gioia e la soddisfazione almeno di un affetto corrisposto. Ho imparato anch’io ad ascoltare i miei sensi, a vivere il mio corpo. Non l’avrei mai creduto possibile, sempre agognato nei mie sogni a occhi aperti. Tutto è cominciato la scorsa estate, quando per pochi istanti mi è sembrato di toccare il fondo (per pochi istanti), laggiù su un lago artificiale nel selvaggio Abruzzo. È proprio vero l’assunto secondo il quale si comincia ad apprezzare la cosa di cui si è appena stati privati, Ho riscoperto la felicità solo dopo essermi risollevato da terra. Discesa agli inferi e “gloriosa” risalita. Catabasi e catarsi. Cosa dire di più? Dopo il disastro di cui sono stato indiretto artefice, mi si schiudono innanzi le porte di Ishtar (non quella fasulla del Pergamon di Berlino. Ecco dovrei sdoganare quella città fantastica dall’ipoteca della mia ex-moglie, la quale peraltro non ama così alla follia). La mia secondogenita mi fa notare che quella dea è una versione babilonese di Astarte, Iside e Athena. Cazzo vuoi che le dica a una decenne che ti corregge le versioni del mito?

Quando comincia l’estate, inizia la Vita Nuova. Poter disporre del proprio tempo libero. Viaggiare anche sporadicamente e senza meta, a patto di percorrere qualche centinaio di chilometri e fermarsi dove capita. Rigorosamente in solitaria e non perché non si abbia altra scelta…

Non facciamo che inciampare nei nostri occhi, dallo sguardo miope. Ci riscatta il guizzo animalesco, reliquia di giovanile prestanza. Eppure tutto questo sembra privo di significato. Ci si accorge di aver mandato il motore al minimo per troppo tempo e si ha paura a tenere premuto il pedale dell’acceleratore più del dovuto. Poi ci si rende conto di aver vissuto con l’ipoteca della misure delle cose, del senso comune, delle convenzioni, dei condizionamenti. L’alternativa non esiste: è solo utopia di un’esistenza fuori dagli schemi che non scende a compromessi, ma provoca l’annientamento di sé e del mondo, cioè dell’idea di mondo comunemente formulata, divulgata. Capita che mi si sdoppi la coscienza, persino durante la scrittura. Un piano del mio io è esterno all’area della percezione. Mi osservo digitare tasti sul computer, mentre mi trovo altrove, poco più in alto, diciamo a mezz’aria tra il piano dello scrittoio e il soffitto. È una sorta di alterazione para-psichedelico, indotto dal mio perenne stato confusionale.

L’adolescenza è una condizione mentale, prima che anagrafica. C’è chi arriva a quarant’anni senza aver esorcizzato i demoni della propria infanzia. Per inciso si tratta di divinità del focolare, genitori e nonni, mica di malvagi Malebranche, lo dico da papà, convinta vittima sacrificale sull’altare delle relazioni parentali. Ma nell’età matura non serve a nulla uccidere tuo padre, sempre che nel frattempo non l’abbia fatto lui; Umberto Saba in questo ha parecchio da insegnarci, deriva neuropsichiatrica compresa.

Ho incontrato B una mattina di tre anni fa al mercato rionale. Era primavera, c’era sole e lei era vestita di bianco con abito leggero di cotone a fiori blu e verdi stampati senza un ordine apparente, Portava calze sottilissime e tacchi a spillo con il cinturino alla caviglia. Per poco la linea del nostro sguardo non s’inclinava dalla mia parte. Nel pomeriggio mi fece ciao con la mano quella vacca di D, mentre rincorreva il suo segugio. D indossa orrende zeppe da quindici centimetri, ma veste la stessa taglia di reggiseno e mutandine, top e bottom nel gergo mercantile afferente alla sfera semantica della lingerie. D ha la passione per le amfetamine, B un’attrazione fatale per la sbronza del venerdì sera, giacché il fine settimana è sacro alla famigliola. Una vita sana: palestra e corsetta a metà mattina, tè con le amiche e un marito che corre da ponzio a pilato nite and day per portare a baita un’entrata tale da valergli il diritto di strizzare il davanzale della sposa e sversarle sull’addome un bel po’ di sostanza organica liquida e gelatinosa, ma solo il sabato sera prima della cena con gli amici. Cui partecipano anche le rispettive consorti, anche D con il suo sposo strafatto e dunque lucido e brillante a tener banco con cazzate che nessuno ascolta. Tutti i presenti fanno uso massiccio di droghe leggere quali cocaina e crack da anni, tanto da ridursi la materia cerebrale in un ammasso melmoso. Nondimeno tutti ridono felici e brindano alla restituita inconsapevolezza e irresponsabilità adolescenziale. Anzi infantile. Fenomenologia Benjamin Button.

Jude al contrario (un mio doppio femminile?) si rode l’anima e getta nella pattumiera i suoi ultimi anni migliori. Cova un’infelicità profonda, biologica. Ama la vita senza esserne ricambiata. A quarant’anni suonati ha deciso di non avere figli, malgrado la sua relazione stabile e ventennale con un uomo che non ama profondamente. Perciò catalizza le molecole del suo cuore into the wild, etologia canina soprattutto, nella convinzione di ricomporre i frammenti del esser-per-sé con l’attaccatutto zoofilo.

Un giorno troverò la forza di mettere un po’ in ordine queste carte, Più prosaicamente, di vincere la geniale pigrizia con la meticolosa costanza dell’artigiano. Il revisore e lo scrivano dovranno prendere il sopravvento sull’artista, la tecnica sull’ispirazione. La sera è fatta per l’intimità e il calore umano o quantomeno per il riparo sotto le coltri multistrato fuori dal nido, solo immaginato o idealizzato in quel tepore domestico perduto per sempre. Dice Eugenio (Eusebio): “La lanterna vinosa è focolare / se dormendo mi credo ai tuoi piedi”. Basterebbe dedicare qualche secondo per fare spazio nei nostri pensieri a chi l’inverno non può tenerlo fuori da un container nell’alta Mesopotamia, con mezzo metro di neve e senz’altro riscaldamento che l’alito della capra gravida, se si è prediletti in excelsis, altrimenti magre fascine, falò improvvisati e rischio monossido di carbonio. E intanto quel “chi” ascolta il rimbombo dei cacciabombardieri diretti a radere al suolo la sua casa, la sua città occupata da un esercito nemico. Interamente evacuata la città in un campo profughi grande quanto Brescia o Siena. Davanti a tanta tragedia ci si sente come vermi a ripiegare su se stessi e sulla propria metafisica, o sul solipsistico Weltschmertz. Eppure è sempre andata così: un giovane Werther suicida desta più commozione di interi villaggi saccheggiati da dragoni e ussari, nella civilissima Europa. Oggi non è ancora possibile paragonare i lager nazisti ai gulag alle fosse cambogiane al sistema concentrazionario cinese alle nostre carceri sovraffollate, a Guantanamo e ai centri di cosiddetta permanenza temporanea. Paragonare non significa mescolare, piuttosto individuare dei tratti d’unione, i cosiddetti nessi. Durante le riprese di Casablanca a Hollywood, si consumava l’olocausto nei campi di sterminio; e quando Kempes celebrava la supremazia calcistica dei capelloni in maglia striata biancoblù, i macellai argentini con i galloni dell’esercito torturavano, violentavano e assassinavano centinaia di studenti, insegnanti, giornalisti e sindacalisti: tanto si sa chi paga sempre. Se lo ricorda l’allora ministro Fini cosa accadde a Genova nel 2001?

Siamo noi anime belle o egoisti consapevoli i più cinici, al pari dei papaveri di Bruxelles che dispiegano mezzi e risorse nel Frontex, mentre decine di corpi vengono inghiottiti dalle onde del Mare Nostrum. Sì, perché chi occupa il tempo a declinare sulle reti sociali la sua ineffabile esperienza di vacanza steso su un lettino alle Maldive, per poi arrivare a sera affamato e soddisfatto, vive nella più oscura immediatezza. Viceversa, nel momento in cui ci si pone delle domande, scatta l’obbligo etico e dialettico di fornire delle risposte; queste ultime rendono intelligenti, le prime, le domande, rendono saggi. Così si dice. Io non ci credo.

Jude se ne frega di tutto, dice sempre. Perlomeno quasi tutto, tiene a rimarcare. Il complemento alla totalità pertiene unicamente alla propria sfera affettiva e a se medesima; il suo cinismo ha il sapore della pizza margherita con la cocacola che ordini alla cene di classe a fine anno scolastico.

Mi sono illuso

Mi sono illuso per qualche tempo di poter scrivere un romanzo a penna senza l’ausilio di strumenti elettronici, roba da far accapponare la pelle ai neofiti della tecnologia informatica. In meno di dieci anni ho spappolato mezza dozzina di computer; alcuni, come questo residuato bellico, funzionano ancora, per fortuna. Dove non arriva il guasto fisico, provvede l’obsolescenza commerciale. È un fatto, è il motore dell’economia consumistica. A lavoro sto dietro una scrivania e un portatile da quindici pollici, in modalità utente semplice. Cioè non posso smanettarci né installare programmi o videogiochi e nemmeno visitare certi siti internet. Controllare la posta, quello sì. Ma devo fare attenzione ché di sicuro ci sta girando un vnc, vale a dire che qualcuno mi controlla in tempo reale. Comunque non frequento chat erotiche e neppure mi piacciono i videogames. Mi piace leggere, ma questa è un’altra storia. Tra un’operazione di compravendita di titoli per conto dei nostri facoltosi clienti, perlopiù aziende di vari settori che anziché investire nel loro ramo preferiscono destinare gli utili di impresa a operazioni finanziarie, anche ingenti. Quasi sempre gli va bene, perché ci siamo qui noi a frazionare il rischio di investimento. Ovvio che il banco vince sempre. Cioè la banca, quella cui metto a disposizione le mie competenze nel settore dei mercati emergenti in cambio di un corrispettivo, sempre più modesto. Come sono finito qui, vi chiederete, visto che le mie ambizioni guardano altrove? Ebbene ho bisogno di denaro, tanto denaro. E lo stipendio non basta a mettere da parte quello che mi ci vorrebbe per vivere di rendita. E allora speculo, faccio trading con la leva, vale a dire che prendo a prestito dalla banca i soldi che mi servono per giocare in borsa. È un gioco d’azzardo, ma se ti accontenti di duecento dollari al giorno senza strafare, con un paio d’anni accantoni una cifra bastevole a comprarti un bilocale ben posizionato e metterlo a reddito. Inoltre piazzi gli ordini assieme a quelli dei clienti, così nessuno ti può obiettare nulla. Fino a quando ti va bene, naturalmente. Ci sono periodi di inversione di rotta, la borsa brucia miliardi di euro, e tu devi correre ai ripari o vendere allo scoperto. Fino a quando la Consob non blocca tutto. Non succede sempre, per fortuna.